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17
Jan

LA SINDROME DI STENDHAL: COME TI SALVO UN FILM

Qualche lettore ricorderà che avevo usato un titolo molto simile in passato per trattare di un genere poco frequentato su queste pagine, l’horror, e, perché no, anche il thriller, come scusa per parlare di film che, magari, non mi avevano pienamente convinto ma nei quali avevo trovato una o più scene che, da sole, mi avevano convinto che la visione era valsa la pena.

Come intuirete oggi parliamo di una pellicola del Maestro Dario Argento, approfittando anche del suo prossimo ritorno nelle sale, di cui dirò in separata sede.

E sono certo che le pellicole di Argento non possano che entrare di diritto nel fantastico, nella sua accezione più ampia.

In questa sede non voglio in alcun modo fare una critica o sviscerare il film, che poco mi convinse all’epoca e che ha confermato le mie perplessità anche oggi, perché sul Maestro si è scritto tanto, tantissimo, sia sotto forma di saggio che in siti e blog più specializzati e preparati del nostro, nonché sulle principali riviste di settore, nazionali ed internazionali e il mio parere personale nulla andrebbe a togliere o ad aggiungere ad una figura che rimarrà per sempre impressa nella storia del cinema mondiale.

Tra l’altro, a mio modestissimo parere, i primi minuti della pellicola, ambientati agli Uffizi, andrebbero proiettati in ogni scuola di cinema come esempio di pura arte registica. E non solo.

Ne La Sindrome di Stendhal c’è tutto Dario Argento, in ogni ripresa, in ogni passaggio, in ogni scelta visiva. Eppure ho sempre avuto questa strana sensazione per cui il film non avesse più nulla da dire dal momento in cui Asia Argento si taglia i capelli in ospedale, a Firenze, dopo aver subito violenza dall’assassino-stupratore seriale.

E mentre proseguivo un po’ pigramente la visione, arrivato al 90 minuto circa (strana coincidenza) è arrivato il momento che non ricordavo, la scena che ha cambiato radicalmente il mio personalissimo rapporto con l’opera.

Nella pellicola Asia/Anna è un vice-ispettore, se non ricordo male, della Polizia e, dopo le aggressioni viene piantonata dai suoi colleghi.

Tra questi c’è Marco, innamorato non corrisposto, che ogni tanto si ferma a casa di Anna a guardare un film. In una prima scena porta una videocassetta di Buster Keaton.

Nella scena che invece voglio citare, Marco visiona, con gran divertimento, quel capolavoro della commedia parodistica diretto dal grande Ciccio Ingrassia che risponde al titolo dell’Esorciccio.

Non si vedo immagini del film ma si sente distintamente la voce di Ingrassia che recita l’immortale litania “Aglio, olio e peperoncino, esci fuori da questo lettino!”

Ora, mi scuseranno il Maestro Argento e il Mastro Cozzi, che tanto non leggeranno mai questo inutile testo, ma ho riso per cinque minuti buoni (tra l’altro in maniera molto più sentita e convincente dell’attore in scena, ma questo è un altro discorso).

Sinceramente non so se la citazione fosse voluta o casuale, se ci fosse un qualche sottotesto che io non sono in grado di leggere o se, semplicemente, io non capisca nulla di cinema, ma questo passaggio del film, che, come ho detto, mi era sfuggito in altre visioni, mi fa mettere La Sindrome di Stendhal tra le pellicole da ricordare nella filmografia post anni 80 del Maestro.

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Ultimo aggiornamento Martedì 17 Gennaio 2017 23:40  

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